Zibaldone fino a 30

Dal settantasei al novanta

Chi li visse ora racconta

E, soggettivando, canta

 

  Premessa

 

Questo pastrocchio che vi accingete a leggere è una raccolta eterogenea di parole, scritte tra il 1976 ed il 1990, quando cioè ho compiuto 30 anni.

L'unica cosa che le unisce è il fatto che le ho scritte io.

Di solito questo genere di materiale rimane dimenticato nei cassetti sotto forma di fogli e foglietti, sempre più gialli e meno leggibili . E non è sempre un male.

Ma 10 anni dopo mi sento come se fossero prescritti i "reati" che queste frammenti contengono.

Mi lascio prendere dall'idea, tutta narcisistica, di sottrarli al decadimento fisico, quasi che vedendoli registrati in freddo formato elettronico potessero conservare intatta la freschezza del momento in cui furono scritti.

Ma anche i file invecchiano, inevitabilmente Windows ti avverte che sono scritti in una "versione precedente" ed anche i caratteri che ho usato sono sorpassati da nuovi stilemi.

E allora tanto vale prendere le vecchie parole e re-impastarle; così si fa con il polpettone, con gli avanzi.

 

Non sono un grande cuoco, perciò troverete contraddizioni evidenti ed altre più sottili; e chi ricorda di avermi parlato, in epoche e momenti diversi della vita, non faticherà a scoprire incoerenze ed opinioni mutevoli.

Confesso di temere un po' il vostro giudizio.

Benché non abbia commesso azioni realmente incoerenti (sarebbe questo ben altro peccato!), vi debbo qualche spiegazione, qualche giustificazione per i miei discorsi ondivaghi.

C'è un metodo quasi infallibile per essere perfettamente coerenti, sintetizzabile in due atteggiamenti: credere e sfumare.

Credere: significa affidarsi ad una realtà trascendente ed interpretare la storia ed i pensieri alla luce di essa. Atteggiamento diverso è quello del fidarsi, ed io mi sono fidato dello spirito del tempo in cui ho vissuto. Nel mio caso questo sentimento non è sfociato nel conformismo; mi ha impedito tuttavia di vivere e pensare al di fuori di questo mio tempo e di questa mia civiltà.

Sfumare: è un modo per non rischiare mai, per lasciare aperta una porta. E' la ricerca del compromesso, più che della sintesi, è la fuga dallo scontro verbale, è il messaggio trasversale, è la saggezza spicciola di "chi ne ha viste tante".

Credere e sfumare: sono due arti che ho poco praticato in vita mia. Se per la prima ritengo che la maturità stia ponendo rimedio ad una giovinezza un po' cinica, per la seconda non ho dubbi: le idee, le opinioni devono uscire nette e decise. E' un atteggiamento che richiede molto allenamento, perché va coniugato alla capacità di riconoscere errori ed incompletezze; è l'unico modo però per sgombrare il terreno dagli equivoci eterni, è la via per togliere il fiato agli eterni meschini sensali di idee, ai saprofiti dell'umanità.

 

Ve ne state accorgendo? Le precisazioni, i distinguo, le excusationes non petitæ stanno creando una loro storia, una divagazione circolare su di me. E' questa la cosa più difficile nello scrivere un libro: scoprire quale tra le milleduecento storie che nascono dalle prime sei pagine può meritare di essere ascoltata.

Cedo ad un'ultima tentazione didascalica: vi capiterà di leggere una frase e di risalire lungo la pagina per rileggerla. Non è colpa della distrazione: capita anche a me con i miei scritti, perché non sono un narratore.

Significa che questo è soprattutto un libro di poesie, alcune dichiarate ed altre scritte in prosa, ma sempre con l'idea che le parole possano "creare" (questa è la radice greca di "poesia") piuttosto che narrare.

Cogliete l'occasione per per immaginare le sfumature, per lasciare vagare l'immaginazione, per riannodare i vostri fili con i pensieri del passato.

 

E' per questa ragione che amo scrivere: se cercassi l'immediatezza e volessi vera comunicazione, parlerei.